Home Cultura e Società COVID-19, LA PARTITA SI VINCE FUORI DAGLI OSPEDALI: TAMPONI E ORGANIZZAZIONE.

COVID-19, LA PARTITA SI VINCE FUORI DAGLI OSPEDALI: TAMPONI E ORGANIZZAZIONE.

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foto di: Al Journey
Un’epidemia è prima di tutto una grande emergenza di salute pubblica: non a caso, la parola stessa “epidemia” deriva dalla composizione delle parole greche ἐπί «sopra» e δῆμος «popolo». Così la parola “pandemia”, che deriva dall’aggettivo greco πανδήμιος «di tutto il popolo». Trattasi, in altri termini, di un grande problema “sociale”, in quanto investe tutto il popolo… i suoi modi di vivere, di lavorare e di interagire.
Ecco perché, di fronte a un fenomeno del genere, il momento della “cura medica” andrebbe inteso come una extrema ratio, privilegiando invece l’implementazione su vasta scala di una strategia di “prevenzione del contagio”: tamponi di massa, isolamento selettivo e monitoraggio costante sulla popolazione per impedire che le persone si ammalino. Su questo obiettivo andrebbero concentrate tutte le capacità, economiche e organizzative, dell’Amministrazione pubblica.
Tornare a una visione ospedale-centrica della salute (stile anni ’60) sarà un disastro… Ciò risulta evidente da due casi italiani a confronto, parimenti colpiti dall’emergenza Covid19: la Lombardia e il Veneto. La Lombardia sta esplodendo, nonostante disponga di una delle sanità migliori d’Italia, avendo privilegiato la strategia classica dell’ospedalizzazione di chi si ammalava (tasso di ricoveri al 60%, contro una casistica mondiale del 15%). Il Veneto ha invece reagito molto meglio, come emerge anche dal numero inferiore dei morti, perché ha privilegiato un approccio di “organizzazione sociale” al problema: tamponi di massa, isolamento selettivo e monitoraggio costante sulla popolazione per impedire che le persone si ammalassero (tasso di ricoveri al 20%).
Ora il problema fondamentale, accanto al contenimento del virus al Nord, è impedire che dilaghi nel Sud… dove pure è stato portato a spasso da migliaia di persone affluite dal Settentrione nelle scorse settimane. C’è un gran parlare, in queste ore della lettera inviata dal Presidente della Regione Campania al Presidente del Consiglio in cui si lamenta l’assenza di materiale medico per gli ospedali campani. Al di là del fatto che una nota ufficiale del Dipartimento della Protezione Civile ha smentito il Presidente della Campania (affermando che sarebbero state fornite già nei giorni scorsi «788.600 mila mascherine, circa 99mila ffp2 e ffp3, 109mila guanti in lattice, oltre 3.000 dispositivi – tra camici chirurgici, copriscarpe e visiere di protezione – e 15 ventilatori per terapia intensiva e sub-intensiva») ciò che più preoccupa è la qualità della strategia implementata in Campania. Ciò è molto grave, soprattutto perché la Campania sembrerebbe aver intrapreso una via più simile a quella lombarda che non a quella veneta: si è cercato di potenziare qualcosa sul versante della “cura” degli infetti… ma per quanto concerne le misure atte a “prevenire” la propagazione del virus tra la popolazione, ci si è affidati principalmente alle ordinanze di restrizione della libertà di movimento. La disciplina e il senso di responsabilità dei cittadini sono certamente fondamentali, ma sembra insufficiente la strategia pubblica “a monte” dell’ospedalizzazione: la Campania risulta infatti ultima regione in Italia per test effettuati sulla popolazione e anche la via ospedaliera è di fatto depotenziata da difficoltà logistiche (specie in alcuni ospedali forse troppo frettolosamente inseriti nella “rete degli ospedali Covid”) connesse al trattamento in sicurezza i pazienti positivi. È questo il caso del Presidio Ospedaliero di Sapri, con riferimento al quale i sindaci del distretto sanitario hanno inviato al Prefetto (oltre che allo stesso Presidente della Regione e ai vertici dell’Azienda Sanitaria di Salerno) una lettera di protesta in cui viene posta la questione del blocco all’accesso dei pazienti Covid-19, fino alla realizzazione di tutte le misure necessarie a mettere in sicurezza gli operatori, i pazienti e l’intera comunità locale.
In conclusione, ventilatori e terapie intensive possono aiutare, ma una partita che ormai coinvolge milioni di persone si vince fuori dagli ospedali: con tamponi e organizzazione. Occorre testare più possibile la popolazione, per proteggerla dal contagio: ciò significa tamponi negli uffici pubblici, nei supermercati, nelle aziende rimaste aperte, in mezzo alla strada ecc. Consideriamo che, in vigenza delle attuali limitazioni alla libertà di movimento dei cittadini, già concentrando la somministrazione dei test in luoghi strategici (centri-focolaio, ospedali, uffici e aziende rimasti aperti…) e procedendo a campione altrove, si metterebbe di fatto al sicuro la popolazione. La questione centrale è che più tamponi vengono somministrati e più positivi asintomatici si troveranno (tra questi potrebbero esserci anche medici e infermieri… che lavorando senza sapere di essere essi stessi positivi, potrebbero mettere a rischio la sicurezza propria e quella dei pazienti) consentendo così di individuare e spezzare le catene di contagioSi organizzino i territori e si coinvolgano i Comuni e i Medici di medicina generale nello sforzo per la somministrazione dei tamponi e per l’assistenza domiciliare dei positivi non gravi, e i Laboratori pubblici e privati (dando così anche un piccolo stimolo all’economia) nell’analisi dei tamponi stessi. Più persone si testano e si riescono a monitorare, meno sarà necessario il ricorso a ospedalizzazioni e Terapia Intensiva.
Al fine di sostenere la gestione efficiente del grande sforzo organizzativo connesso al “monitoraggio di massa”, sarebbe opportuno che le autorità pubbliche individuassero task-force di “esperti di organizzazione” da distribuire sui territori, distinti per aree vaste omogenee. L’idea è quella di soggetti operativi che abbiano le competenze per governare situazioni complesse, assumere decisioni, semplificare, sciogliere nodi amministrativi… muovendosi trasversalmente in ambiti in cui si sovrappongono variabili gestionali, logistiche, legali, economiche, politiche, tecnologiche… costituendo su ogni territorio il riferimento unitario delle autorità pubbliche regionali e nazionali da un lato, e locali dall’altro. Anche gli specialisti “verticali” della sanità – cioè quei professionisti formati per approcciare un problema secondo un particolare punto di vista (virologi, anestesisti, epidemiologi, biologi, ecc.) – non possono essere lasciati soli sul campo di fronte a una “pandemia”. Occorre dunque irrobustire il sistema di gestione dell’emergenza, con l’apporto di quella visione specialistica di tipo “orizzontale” che è fondamentale per facilitare l’allineamento di realtà diverse verso un obiettivo unitario.

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