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PERCHE’ SI RISCHIA LA CHIUSURA DI OSPEDALI IN CAMPANIA?

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foto di: Orticalab

Il tema della sanità è molto complesso. Tutti vogliono parlarne, pochi la conoscono. I più, peraltro, confondono il tema della “sanità pubblica” con il tema della “medicina”, ma i due concetti sono profondamente distinti:

  • la medicina è una “professione”: come tale essa consiste in un rapporto tra due persone (un medico e un paziente) in base a competenze tecniche.
  • la sanità pubblica è un “sistema amministrativo”, che organizza, programma e gestisce l’offerta di servizi ai cittadini, per tutelare un diritto costituzionalmente riconosciuto quale è il diritto alla salute, in base a un “indirizzo politico”.

Avere la medicina senza sanità pubblica significa che, chi può permetterselo, paga il professionista per avere la cura. Anche avendo la sanità pubblica però, la prestazione medica viene egualmente remunerata: in buona sostanza, semplicemente tra il cittadino che chiede la prestazione e il medico che la offre, si inserisce un terzo soggetto (appunto la “sanità pubblica”) che la paga e (nel nostro modello di SSN) la organizza.

Da ciò naturalmente, derivano due conseguenze, in ordine alle caratteristiche dell’offerta di salute:

  1. deve aderire alla domanda (per non sprecare risorse);
  2. deve essere di qualità sufficiente a garantire il diritto alla salute (per fare in modo che un servizio offerto non si trasformi in danno per i cittadini).
Di tutta la materia dell’organizzazione e della programmazione della sanità pubblica è responsabile, a partire dalla riforma del Titolo V della Costituzione (2001), la Regione. Lo Stato centrale, di fatto, trasferisce le risorse necessarie a finanziare la programmazione regionale e interviene col “commissariamento” solo qualora la Regione dimostri incapacità organizzativa.

Nel 2009, ultimi mesi della giunta Antonio Bassolino, la sanità della Campania venne commissariata per eccesso di deficit. Conseguenza di ciò fu che tutta la programmazione e l’organizzazione sanitaria, da quel momento in poi, vennero gestite direttamente dal governo mediante un “commissario”. Questi dovrebbe, in teoria, essere una persona diversa dai membri del governo regionale, ma talvolta è accaduto che fosse individuato nella persona stessa del Presidente della Regione (così fu per Caldoro e così è oggi per De Luca). Nel 2009 dunque, il decreto 49 imponeva alla Campania obblighi di spesa molto stringenti, per rientrare da un debito che nessun economista riusciva più a quantificare, e di fatto portava alla chiusura di numerose realtà ospedaliere su tutto il territorio della Regione.

Dopo Bassolino, il governo della Campania passò a Stefano Caldoro (2010-2015), il quale ereditò il dissesto della sanità regionale e gli obblighi del decreto 49. Egli tuttavia riuscì a rimodulare gli obblighi della Regione verso lo Stato centrale, evitando la chiusura di numerose realtà (reparti, presìdi ospedalieri ecc.) a fronte però dell’impegno a rimettere i conti in ordine. Caldoro rispettò gli accordi e riportò in poco tempo la Regione Campania tra le regioni più performanti d’Italia, con i conti in ordine (da -853 milioni di euro nell’esercizio 2009, si riuscì ad azzerare il deficit e a passare a +6,1 milioni di euro nell’esercizio 2013) e Livelli Essenziali di Assistenza (LEA) migliorati di ben 38 punti tra il 2011 e il 2014 (101 nel 2011, 117 nel 2012, 127 nel 2013, 139 nel 2014). Anche i tempi per il pagamento dei fornitori migliorarono significativamente, passando dai 427 giorni del 2009 ai 168 giorni del 2013: ciò significa che la Regione riusciva a pagare quasi un anno prima rispetto al passato. Si programmò così col governo perfino l’uscita dal Commissariamento nel 2017-2018, in modo da rendere la Campania nuovamente padrona del proprio destino. Questa esperienza di governo è ritenuta ancora oggi da studiosi di scienze aziendali e organizzative, una best practice di amministrazione pubblica (ovvero una buona pratica, che può essere replicata).

Nel 2015 Vincenzo De Luca divenne Presidente della Regione al posto di Caldoro. Si iniziò con una perdita di Livelli Essenziali di Assistenza di ben 40 punti (da 139 nel 2014 si scende a 99 nel 2015). La Regione evidentemente non riusciva a mantenere un livello di performance tali da poter uscire dal commissariamento nei tempi concordati da Caldoro e così, nel 2018, la sanità della Regione Campania è ancora commissariata, ultima in Italia per Livelli Essenziali di Assistenza e soggetta ai vincoli di spesa previsti dal Ministero della Salute.

Se si fosse continuato lungo la linea di Stefano Caldoro, oggi con ogni probabilità si sarebbe già usciti dal commissariamento e il Ministero non potrebbe imporre scelte organizzative alla Regione. Ecco da dove viene la scure che si può abbattere su varie realtà sanitarie della Regione e sui punti nascita di Sapri e Polla. Il resto sono chiacchiere.

Un consiglio alla Giunta De Luca: se davvero intende evitare chiusure, creando un danno non solo di assistenza ma anche economico a molti territori che nell’ospedale vedono la principale “azienda” locale, segua il buon esempio di Stefano Caldoro. Egli in condizioni economico-finanziarie e sanitarie molto più difficili, riuscì a rimodulare i vincoli del Ministero – per non lasciare i cittadini senza assistenza – dialogando con i territori e dimostrando una capacità di governo senza pari sia sul versante della gestione dell’offerta di salute (LEA migliorati di 40 punti) sia sul versante del controllo dei costi (conti in ordine).
Stefano Caldoro
foto di: Road Tv Italia
In politica, come nella vita, non esistono vere scorciatoie: il metodo per riuscire è sempre la responsabilità e la capacità. In una parola: il Merito. In generale per i problemi della sanità regionale, è inutile andare col cappello in mano di fronte al governo, versare lacrime di coccodrillo, fare chiacchiere per imbonire le piazze e recite nel palazzo… I numeri sono numeri e, come sempre, sono spietati.

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