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LE CAZZATE DEL LIBERISMO.

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Foto da: The Huffington Post
«Io per 30 anni ho ripetuto tutte le banalità che si sono dette nel liberismo economico. Quando Giavazzi e Alesina scrivevano sul Corriere che non bisognava salvaguardare il posto di lavoro ma il lavoro, io dicevo ‘oh che gran figata’. Poi quando ho avuto davanti l’operaio dell’Embraco ho capito che era una gran cacchiata».
«Una delle più grandi cazzate che abbiamo raccontato è che non si salvano i posti di lavoro, ma si salva il lavoro. Per cui pensiamo che un operaio di cinquant’anni che ha passato la vita a fare impianti può andare a lavorare nell’economia delle app. Queste cazzate le abbiamo sostenute, io le ho sostenute, per 30 anni».
Oggi l’ex Ministro dello Sviluppo Economico Carlo Calenda ha compiuto un clamoroso “mea culpa” sulle sue convinzioni economiche.
Ma il neoliberismo è anche molto altro… e dopo 30 anni di pensiero unico sembra il caso che si cominci a fare una riflessione più ampia sugli effetti che ha prodotto sulla vita delle persone. Si dovrebbe parlare dell’aumento delle diseguaglianze, della distruzione di posti di lavoro e di imprese, della centralità inedita assunta dal denaro, dello stress psicologico sulle persone, delle ricadute sulla salute e sul benessere sociale di un’idea basata sull’individualismo e sulla competizione invece che sulla cooperazione, la solidarietà e la responsabilità.
Questa idea ha finito col frantumare le comunità umane fino al punto da rendere ogni uomo solo di fronte alla propria vita e alle difficoltà che in essa si manifestano. A questo punto, quando si è trattato di spiegare le difficoltà, sono cominciate le spiegazioni fantasiose a cui si riferisce Calenda… fino alle più assurde… ad es. hanno cominciato a spiegarti che:
  • se sei povero, in pratica, è colpa tua (perché non sei stato abbastanza bravo);
  • se non trovi lavoro, in pratica, è colpa tua (perché non sei abbastanza formato);
  • se ti licenziano devi reinventarti da solo (magari frequentando corsi, a spese tue, per essere capace di passare dal produrre bulloni in una fabbrica a programmare un’app in una start-up);
  • se sei donna devi scegliere o la famiglia o la carriera (perché con un’orario di lavoro che, in pratica, “esiste solo sulla carta”, e un’orda di gente che preme per prendere il tuo posto, questa finisce con l’essere la scelta);
  • hanno cominciato a chiamarti “free-lance” o “stagista” invece che “precario sottopagato” e a chiamare chiunque “manager” di qualcosa, anche se guadagna 1.000 euro al mese;
  • hanno spiegato che la competizione è una cosa sana… ma competere senza interventi pubblici che garantiscano parità nei punti di partenza, significa solo preservare le differenze tra chi ha di più e chi ha di meno (dunque è il contrario del Merito) e frantumare la società in un mucchio di individui cùpidi di farsi le scarpe a vicenda;
  • hanno presentato la concorrenza come un dogma, spiegando che fosse sostenibile anche tra imprese che lavorano in paesi sviluppati (con dipendenti trattati e pagati dignitosamente) e imprese che lavorano in paesi paesi emergenti (con dipendenti pagati un decimo e senza diritti). La conseguenza ovvia è stata che le prime hanno chiuso (per es. in Italia) e hanno delocalizzato in paesi a basso costo di manodopera. Tanto è vero che oggi non delocalizzano più solo imprese in crisi, ma anche imprese che fanno utili ma che vogliono farne di più (il caso Whirpool a Napoli è oggi lì a dimostrarlo).
E’ evidente che sono tutte “cazzate”. La povertà, la disoccupazione, la difficoltà a trovare un’occupazione in linea con gli studi, la tutela del lavoro e della famiglia ecc. sono in gran parte questioni fuori dalla portata dei singoli, poiché dipendono principalmente da scelte di politica economica (che è il momento in cui il conflitto tra interessi sociali opposti trova una sua sintesi). Eppure si tratta di cose che hanno scritto e raccontato per 30 anni… Adesso la crisi economica sta diradando i fumi della fantasia e sta mettendo a nudo la realtà vera delle cose. Le politiche economiche ispirate al liberismo hanno dimostrato tutta la propria inconsistenza… e anche Calenda, passando dalla Ferrari al Ministero dello Sviluppo Economico, ha dovuto fare il suo bagno di realtà.
E’ il caso di cominciare a tessere la trama di un nuovo racconto economico-sociale, idoneo a sostenere nuove scelte di politica economica che vadano nell’interesse di quel pezzo di società che oggi paga il conto del liberismo e che ha bisogno di rappresentanza. Si tratta principalmente del mondo del lavoro: lavoratori dipendenti, artigiani, professionisti, commercianti, piccoli e medi imprenditori… ovvero quella anonima ricurva schiena operosa del Paese che non delocalizza e che va difesa dalla concorrenza sleale, dalle tasse, dagli abbassamenti di salario.
E’ tempo di rimettere al centro un nuova cultura di libertà e solidarietà, fondata sulla congiunzione tra i valori più profondi della civiltà liberale e dell’umanesimo socialista: una nuova alleanza tra il mondo del Merito e il mondo del Bisogno. 
“Promuovere chi ha Merito. Proteggere chi ha Bisogno”

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