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MEDIA IMPRESA ED ECONOMIA AL SUD: PROPOSTE DI INTERVENTO E RUOLO DELL’EUROPA.

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Foto di: cluster traspurti
Un interessante studio condotto dalla Fondazione Ugo La Malfa, in collaborazione con l’Area studi di Mediobanca, ha analizzato i bilanci delle imprese industriali meridionali fornendo un quadro eloquente sul rapporto tra impresa ed economia. Tale studio offre l’opportunità per una riflessione più ampia sulla Politica industriale che occorre all’Italia del nostro tempo e, in particolare, alle aree che subiscono di più gli effetti della crisi: Italia meridionale e Italia centrale.
Partiamo dai risultati dello studio… Essi riferiscono che le medie imprese meridionali hanno andamenti e risultati economici nel complesso positivi e sostanzialmente analoghi a quelli delle medie imprese del resto del Paese. I maggiori costi di produzione al Sud (dovuti principalmente alle carenze infrastrutturali e di distretti industriali) sono infatti sostanzialmente compensati da un minor costo del lavoro (circa 20% inferiore rispetto al Nord). Tale dato si può considerare positivo… Resterebbero certo da approfondire le regioni in nome delle quali al Sud un lavoratore guadagna meno che al Nord per compiere un lavoro analogo, ma nel complesso appare apprezzabile che, nonostante le difficoltà “di sistema”, il Mezzogiorno riesca ad avere un tessuto di medie imprese che mostrano livelli di performance in linea con quelli delle medie imprese del Nord.
A fronte di ciò, tuttavia, i problemi di struttura dell’economia meridionale rimangono irrisolti… In particolare, il quadro è riassumibile in 2 punti critici rilevati nello studio:
  1. Le medie imprese meridionali sono poche: sulle 4.000 presenti in Italia (intendendo come tali quelle comprese tra i 50 e i 500 dipendenti e tra i 16 e i 335 milioni € di fatturato), appena 300 sono localizzate nel Sud. Per di più, esse si concentrano in sole tre regioni (Campania, Puglia, Abruzzo)… al di fuori delle quali vi è un sostanziale deserto industriale. Questo produce non solo uno scarso sviluppo industriale del territorio ma anche un grave ritardo di cultura imprenditoriale, che ostacola la nascita di nuove imprese;
  2. Le grandi imprese meridionali si riducono: si tratta principalmente degli stabilimenti industriali che sorsero nel Mezzogiorno tra gli anni ’50 e ’60. Essi, dal 1992 in poi (anni segnati dal Trattato di Maastricht e dalle privatizzazioni delle partecipazioni statali), hanno subito un progressivo processo di delocalizzazione o di ridimensionamento.
Da questi due problemi, traggono origine le tre grandi questioni sociali del Mezzogiorno:
  • la disoccupazione: in particolare quella giovanile raggiunge il tasso record del 51,9%, più di 1 giovane meridionale su 2 non lavora (dati Confindustria – Check-up Mezzogiorno, luglio 2019);
  • lo spopolamento: tra il 2002 e il 2017 sono emigrate 2 milioni di persone. ISTAT prevede che entro il 2065, il 71% della popolazione italiana sarà residente al centro-nord e il Mezzogiorno scenderà al 29%;
  • la produttività: le esportazioni italiane per il 70% provengono da Lombardia, Veneto, Emilia-Romagna, Toscana e Piemonte, mentre il Sud pesa poco più dell’11% (dati ICE 2019).
Le conclusioni tracciate a conclusione dello studio suggeriscono di adottare politiche specifiche ben disegnate e indirizzate, allo scopo di estendere il tessuto industriale e la cultura imprenditoriale nel Mezzogiorno d’Italia attraverso l’attrazione di imprese dall’estero e incentivi concentrati su specifiche aree del Mezzogiorno (predisponendo reti infrastrutturali, collegamenti con università, centri di ricerca e istituti di credito).

Le azioni proposte sono certamente condivisibili… ma il punto oggi non sembra tanto il “Cosa fare”, bensì il “Come farlo”.

La necessità della Politica industriale per sostenere il sistema imprenditoriale italiano sembra, infatti, aver nuovamente convinto non solo gran parte degli studiosi di economia ma anche gran parte della politica italiana. Il nodo fondamentale tutt’oggi da sciogliere attiene, dunque, alle modalità attraverso le quali una nuova Politica industriale possa concretamente esprimersi nel contesto politico-economico ed amministrativo dell’Italia contemporanea. I temi di merito da affrontare sembrano così essenzialmente due:

TEMA N. 1: IL RAPPORTO TRA “DECRESCITA INDUSTRIALE” E REGOLE DEL “MERCATO COMUNE EUROPEO”.

Non solo la deindustrializzazione del Mezzogiorno, ma più in generale la crisi economico-industriale dell’Italia intera, non potrà essere efficacemente contrastata senza porre sul tavolo a livello europeo il tema fondamentale della riforma delle regole del mercato comune.

Che “mercato comune” è quello che si realizza in presenza di squilibri rilevantissimi (in termini di regole sociali, di tassazione, di costi di welfare…) tra i diversi Stati dell’U.E.?

Si può competere sullo stesso “mercato” solo a parità di condizioni!

Senza intervenire con decisione su questo punto, sarà molto difficile contrastare la delocalizzazione di imprese industriali dai paesi occidentali dell’Europa verso i paesi dell’Est Europa… che possono produrre le stesse cose a 1/3 o addirittura 1/4 dei nostri costi. Solo per fare due esempi emblematici:
  • Nel 2019, in Romania un operaio costava complessivamente a un’impresa meno di 500 €, in Italia non meno di 1.600 
  • Un qualsiasi macchinario industriale nei paesi dell’Est Europa ha mediamente una produttività maggiore che in Italia: ciò in ragione del fatto che il costo dello stesso macchinario, in Italia deve inglobare (come è giusto che sia) costi sociali inesistenti altrove, determinati da norme di vario tipo poste a tutela dell’interesse generale: fiscali, igienico-sanitarie, ecologiche, di tutela del consumatore, di tutela del lavoratore, ecc.
In presenza di squilibri di tale portata all’interno dello stesso mercato comune, tutte le soluzioni legislative sperimentate dai governi italiani a partire dall’allargamento a Est dell’U.E. fino ad oggi (flessibilità nei contratti di lavoro, incentivi, riduzione del cuneo fiscale e contributivo…) non hanno chiaramente potuto conseguire risultati significativi né nell’attrarre nuove imprese, né nel fermare le scelte delle imprese esistenti di delocalizzare! Il solo effetto sortito è stato un indebolimento senza precedenti delle tutele e dei diritti del mondo del lavoro salariato, a fronte di movimenti minimi e incostanti sia dei livelli di occupazione sia del PIL.
Al declino economico-industriale italiano, determinato principalmente dagli “squilibri del Mercato comune”, si sono accompagnati tre corollari:
  1. la tendenza all’aumento delle imposte, fino a livelli insostenibili, per sostenere un sistema di stato sociale – istruzione, sanità, previdenza ecc. – che non riusciva più ad alimentarsi con la produttività del paese;
  2. l’impoverimento del ceto medio, sia autonomi che dipendenti;
  3. la crescita del livello di indebitamento del Paese, che è appunto determinato dal rapporto tra il debito e il PIL.

TEMA N. 2: CHE TIPO DI INTERVENTO PUBBLICO REALIZZARE.

Un’efficace azione di politica industriale – nel Mezzogiorno così come in altre aree d’Italia che stanno subendo gli effetti del declino economico-industriale (a cominciare dalle regioni del centro Italia) – non può concretamente svilupparsi se non nelle forme di un vero e proprio “intervento straordinario”. 
Sul piano pratico, questa idea porta con sé la necessità di affrontare due questioni imprescindibili:
  • il tema dell’Organizzazione istituzionale. Un intervento “straordinario” potrà infatti concretamente svilupparsi solo se sostenuto da tecno-strutture pubbliche appositamente pensate e istituite su base macro-regionale (ad es. una per la macro-regione meridionale e una per la macro-regione centrale) per pianificare, promuovere, coordinare e indirizzare in modo professionale gli investimenti pubblici e privati in settori industriali e aree geografiche strategiche, secondo il modello delle grandi agenzie di promozione dello sviluppo esistenti nel mondo: ad es. l’“Industrial Development Authority (IDA)” irlandese. Oggi, in assenza di una gestione specializzata, anche le risorse disponibili (si pensi ai Fondi Strutturali) non riescono a essere pienamente sfruttate proprio nelle aree d’Italia che avrebbero maggiori necessità di una sostenuta politica di investimenti o comunque rischiano di essere disperse in iniziative frammentate, di corto respiro, senza una ponderata strategia alla base.
  • il tema degli Strumenti amministrativi. Un intervento “straordinario” non potrà infatti (per definizione) svilupparsi secondo i tempi e le modalità necessarie, avvalendosi di strumenti amministrativi “ordinari”. Di qui la necessità che, all’istituzione di tecno-strutture macro-regionali specializzate, si accompagni la possibilità per esse di operare in deroga ai maggiori vincoli procedurali del diritto amministrativo e prevalentemente in un’ottica manageriale “di risultato”.

(Autore: Sabato Vinci)

 

Foto di: La Stampa

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