Home Cultura e Società A PARITA’ DI CURE, I RICCHI GUARISCONO PIU’ DEI POVERI.

A PARITA’ DI CURE, I RICCHI GUARISCONO PIU’ DEI POVERI.

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Foto di: herzing.edu

Le stesse cure anticancro, somministrate nello stesso posto e dagli stessi medici e infermieri, hanno effetti migliori al crescere della ricchezza del malato. Esiste una soluzione possibile a questa emergenza sociale?

16 studi clinici (condotti su 3.760 pazienti) promossi dall’Istituto Nazionale Tumori di Napoli e pubblicati sulla rivista scientifica Annals of Oncology, dimostrano come i “ricchi” rispondano meglio dei “poveri” alle cure anticancro. Gli stessi studi dimostrano come i pazienti che durate la chemioterapia avevano peggiorato la propria condizione economica, hanno aggravato del 20% il rischio di morire rispetto agli altri.

Non è un problema medico ma organizzativo e amministrativo. Il punto è che le diseguaglianze economiche riemergono con tutta la loro drammaticità, anche in un esteso sistema di welfare, laddove l’organizzazione pubblica fallisce.

Qual è la ragione?

La spiegazione ai risultati della ricerca è fornita dallo stesso ricercatore a Repubblica: «Il costo della burocrazia (soprattutto al centro e al sud), l’impatto dei tempi d’attesa (dappertutto), che alla fine si traducono in spese a favore delle prestazioni private (in intramoenia), le difficoltà lavorative conseguenza della riduzione del reddito, il costo di farmaci integratori (soprattutto al nord) che noi medici potremmo prescrivere di meno, quello di trattamenti integrativi come la fisioterapia, l’onere dei trasporti, gli stili di vita da modificare insieme all’organizzazione familiare e domestica a causa della malattia e delle sue cure».
Il concetto è chiarito da Francesco Merlo su Repubblica: «Le cure non bastano, ci vuole poi un’assistenza, un conforto, una dieta, una casa con un ambiente pulito e sereno. (…) Immaginate ora un malato di tumore al quale siano somministrate le famose molecole che aggrediscono le sue cellule, non solo quelle tumorali. Pensate a tutti i suoi ricoveri e i suoi check-up e supponete che due volte la settimana debba andare in ospedale, e che Roma sia la sua città. Al Sant’Andrea o a Tor Vergata ci può andare con un taxi: trenta euro a corsa. Al Policlinico Umberto I va in metropolitana. Se invece viene dalla provincia deve prendere anche il treno. Sessantenne, ma con le ossa stanche, e magari senza figli o nipoti devoti che lo accompagnino, il nostro malato prenderà quattro volte il taxi, se può permetterselo; oppure affronterà il traffico con la sua auto, se ce l’ha e si sente in grado di guidarla; o ancora utilizzerà, per quanto possibile, i mezzi pubblici, che sono faticosi già in condizioni normali. (…) Immaginate ora che il nostro malato torni a casa, in un ambiente né pulito né sereno. E pensate a quanto costa un’assistenza a domicilio, e quanto un infermiere che lo aiuti per le cure collaterali. Chi lo assiste? E il fisioterapista? E i farmaci di sostegno, gli integratori alimentari, i fermenti lattici, le vitamine? E quanto costa seguire la dieta consigliata o prescritta? E, dopo un’eventuale operazione, quanto conta il conforto di una camera da letto? E le infiammazioni, gli stiramenti, gli sbalzi nei valori sanguigni e gli improvvisi svenimenti sotto la doccia? E le altre inaspettate umiliazioni che il corpo debole infligge al malato dovunque si trovi? Quanto costa combattere queste sofferenze? (…) Oggi, nell’Italia invecchiata, il tumore non è uguale per tutti».

Una soluzione possibile.

Il problema della diversa risposta alle cure a seconda delle condizioni economico-sociali del paziente, non attiene dunque al trattamento medico (che in Italia è garantito gratuitamente a tutti dal Servizio Sanitario Nazionale) bensì a ciò che ruota attorno ad esso, con un impatto pratico tutt’altro che secondario sul recupero psico-fisico… Il girone dantesco in cui cade una persona ammalata – soprattutto quando è fuori dall’ospedale – ricorda così a tutti come il recupero della salute non sia solo un fatto tecnico ma anche (forse oggi soprattutto) un fatto di organizzazione sociale. Occorre, infatti, che l’intervento medico-chirurgico non sia un’azione isolata ma venga programmato all’interno di una più ampia “rete organizzata di assistenza”, ramificata dentro e fuori l’ospedale, in grado di sostenere il paziente durante tutto il percorso di ristabilimento di un soddisfacente stato di salute.
Non a caso l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), che è l’Agenzia ONU il cui scopo è promuovere il raggiungimento del più alto livello possibile di “salute” nel mondo, dà correttamente una definizione molto ampia del concetto di “salute”: «stato di completo benessere fisico, mentale e sociale e non la semplice assenza dello stato di malattia o di infermità» (OMS, 1948).
Se è questa la nozione di “salute”, la missione delle istituzioni pubbliche deputate alla tutela e alla promozione della stessa (i sistemi sanitari) non può che essere quella di coniugare l’equità e la solidarietà con l’efficacia e l’efficienza delle cure, ivi compresa la loro appropriatezza. Una cura non può dirsi realmente “efficace” – cioè rispondente all’obiettivo di ristabilire un soddisfacente stato di salute – se si limita a trattare medicamente il paziente, abbandonandolo poi a se stesso appena uscito dall’ospedale. Il compito dei sistemi sanitari, quindi, non può consistere solo nella prestazione medica ma deve identificarsi nella “difesa” complessiva della persona dalla malattia, a prescindere dalle condizioni economico-sociali. 
Con riferimento a tale obiettivo, realisticamente, due sembrano essere i pilastri fondamentali sul piano operativo:
  1. programmare un “intervento pubblico vasto”, idoneo a cancellare il dato economico come determinante dell’efficacia delle cure sulle persone. Ciò implica l’implementazione di una serie di scelte, solo per citarne alcune: (a) ampliamento dell’assistenza pubblica “domiciliare”, accanto a quella “ospedaliera”; (b) abolizione dell’intramoenia e divieto assoluto per i medici che siano dipendenti di strutture pubbliche o convenzionate con il pubblico, ovvero lo siano stati per un ragionevole numero di anni precedenti (in genere i patti di non concorrenza si orientano su un raggio di 5 anni) ovvero abbiano beneficiato di formazione pluriennale finanziata dal pubblico, di spendere in strutture private il patrimonio conoscitivo e relazionale acquisito grazie al sistema pubblico (studi e prestazioni private sono di per sé l’opposto etico e materiale della sanità pubblica… la commistione pubblico/privato genera perciò naturalmente un chiaro conflitto d’interessi, che spesso sembra costituire la ragione alla base di strane liste d’attesa negli ospedali, il cui risultato è spingere chi è bisognoso di assistenza verso corsie preferenziali a pagamento sia dentro che fuori le strutture pubbliche…); (c) abolizione di ogni costo per i malati oncologici, mediante rimborso delle spese di trasporto e di alloggio per essi stessi così come per la persona che sta loro accanto; (d) previsione di un piccolo risparmio fiscale in caso di malattia oncologica, similmente a quanto avviene per le comunità colpite da calamità naturale (perché il cancro oggi è una calamità naturale, che debilita il paziente – insieme alla sua famiglia – non solo sul piano fisico ma sul piano psicologico, sociale, relazionale…).
  2. proprio perché il sistema di assistenza deve essere “vasto” e “gratuito”, occorre che le risorse siano spese in modo responsabile, traducendo in servizi “appropriati” il patto di solidarietà – deciso politicamente – che stabilisce i bisogni di salute da garantire a tutti i cittadini. Ciò è possibile solo rafforzando la cultura del management e applicando concretamente il “modello organizzativo aziendale” in sanità. Le aziende infatti, rappresentano la più formidabile organizzazione a disposizione della società moderna per il perseguimento di scopi di efficienza e governo della complessità. Esse in alcuni casi esistono per generare un profitto (impresa privata), in altri per erogare un servizio (azienda pubblica). Il modello organizzativo aziendale applicato fino in fondo ai servizi sanitari, dunque, consente di raggiungere due obiettivi fondamentali: (a) assicurare un governo ordinato a un sistema di assistenza che, per prendersi cura davvero della persona in stato di bisogno, deve rendersi più flessibile, articolato e ramificato in servizi non più solo di ordine medico; (b) responsabilizzare tutti gli attori coinvolti nei processi di organizzazione, prevenzione e cura (amministratori, funzionari, medici, paramedici…) tanto rispetto alla combinazione bisogni/risorse, quanto rispetto ai risultati che ciascuno di essi ha il compito di assicurare.
Scrisse Fedor Dostoevskij in un’intensa pagina di “Delitto e castigo”: «il grado di civilizzazione di una società si misura dalle sue prigioni»… Forse oggi si misura soprattutto dalla qualità dei servizi che la società riesce a produrre a beneficio di chi si trova fuori dal benessere fisico, mentale e sociale (cioè dalla “salute”). Se dunque nel 2019 i ricchi guariscono ancora più dei poveri, il nostro grado di civilizzazione è ancora insufficiente.
Sabato Vinci

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