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“FOSSE STATO PER IL CSM, GIOVANNI FALCONE SAREBBE MORTO IN QUALCHE LANDA DESOLATA”.

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Foto di: Panorama

ORA BASTA IPOCRISIE: LO SCANDALO AL CSM NON È UN PROBLEMA DI MELE MARCE (di Claudio Martelli da Il Foglio del 18 giugno 2018)

Ma chi sono i diversi? I silenzi di Bonafede sull’Anm, il tentativo furbetto di trovare capri espiatori in politica. Parla l’ex Guardasigilli Claudio Martelli
Finalmente è emersa alla luce del sole l’evidenza incontestabile di questa grande stortura che sono le correnti della magistratura”, dice Claudio Martelli, che fu ministro della Giustizia dal 1991 al 1993, gli anni spaventosi di Mani pulite e delle stragi di mafia, gli anni in cui lui – da ministro – costituì la super procura antimafia, quella che esiste ancora oggi. “Fosse stato per il Csm non si sarebbe mai fatta. Ma non solo”, dice Martelli. “Fosse stato per il Csm che lo processò, Giovanni Falcone sarebbe morto dimenticato in qualche landa desolata”. Altro che prestigio del Consiglio superiore della magistratura da difendere o da ripristinare, dice Martelli.
La mia esperienza diretta è che il Consiglio superiore e l’Associazione nazionale sono due organi in cui si è espresso prima il peggiore ideologismo corporativo e poi la più sfrenata clientela di potere. Ricordo bene il 1991. Il Csm seguì a ruota l’Anm che per bocca del suo presidente di allora paragonò la nuova super procura affidata a Falcone a ‘una cupola mafiosa’. Gente che aveva tranquillamente convissuto con la mafia per quarant’anni voleva dare lezioni di coerenza a Falcone. Perché era bravo. Perché era indipendente. Perché era il magistrato più popolare non soltanto in Italia ma forse nel mondo. Quindi era detestato”.
E insomma lo scandalo intorno a Luca Palamara non rivela niente di nuovo, dice Martelli. “Ma qualcosa si può fare. Si può sganciare la magistratura dalle logiche di carrierismo lobbistico. Io sono sempre stato favorevole al sorteggio per la scelta dei componenti del Csm”. L’Anm ha scoperto all’improvviso che i colleghi eletti nel Csm trattano con i partiti. Nelle assemblee – sabato scorso quella di Unicost – i leader della magistratura organizzata sembrano stupirsi del fatto che gli incarichi nei ministeri, le posizioni fuori ruolo e i passaggi in Parlamento dipendessero da questa per enne trattativa. E tutti, all’improvviso, sembrano anche scoprire l’esistenza di Palamara, già segretario della stessa Anm, oggi diventato radioattivo insieme alla corrente di Magistratura indipendente. “Mi ricordano quelli che nel 1992 in Parlamento scoprirono il finanziamento illecito ai partiti”, dice Martelli. “Il mercimonio c’è sempre stato. Però è andato aggravandosi. La logica di spartizione non era giusta quando era l’effetto di un compromesso politico-ideologico, ed è ancora più squallida oggi che non c’è neanche più questa giustificazione. Anche se da un certo punto di vista la spartizione ideologica era più pericolosa. Il pregiudizio ideologico era infatti incontenibile e dilagava in tutte le scelte e in tutti gli atti della giurisdizione. Era un meccanismo più pulito dalle miserie umane, certo, ma più giacobino. Oggi è un meccanismo lobbistico. Forse più semplice da frenare. E’ puro potere. Carrierismo. Opportunismo”.
Ma come se ne esce? “Gli antichi, quando le assemblee diventavano ingovernabili e davano origine a camarille, trovavano la via del sorteggio per sottrarre a logiche di appartenenza organi che dovevano invece tutelare l’interesse collettivo. E poi bisogna anche occuparsi dell’Anm”.
In che modo? “Il problema qui non è soltanto Luca Lotti. Il problema sono i magistrati. Il comportamento di Lotti è stato inaccettabile. Tuttavia non è il cuore della materia. Il cuore della materia è il comportamento dei magistrati associati e del Csm. Penso che un ministro della Giustizia che si rispetti dovrebbe intervenire innanzitutto sull’Anm: chiedere chiarimenti. Io Palamara me lo ricordo quando lanciava fulmini e saette contro la politica in favore dell’autonomia della magistratura. Ma questa sacralità dell’autonomia purtroppo si è rivelata troppo spesso un simulacro. E allora ci vuole un cambio drastico delle regole. Bisognerebbe anche rivedere lo statuto dell’Anm. Chiedersi se è vero o no che realizza una lesione dell’indipendenza del singolo magistrato. A me sembra di sì. E non da oggi. E’ abbastanza evidente che l’Anm, all’interno della quale si delineano le elezioni per il Csm, costringe di fatto i magistrati a iscriversi a una corrente. Se vogliono fare carriera e se vogliono sentirsi tutelati, i magistrati sanno di doversi iscrivere. Questo non li rende liberi. E il meccanismo diventa una trappola”.
Ma al momento, l’unico effetto provocato dallo scandalo Palamara è che una parte della magistratura organizzata sta radendo al suolo un’altra parte, prendendone il posto. Il presidente dell’Anm, espressione della destra di Mi, si è dimesso, sostituito da un collega della sinistra di Md. E anche nel Csm, per effetto delle dimissioni, la minoranza diventa maggioranza e la maggioranza minoranza. Così nei discorsi pubblici dei togati la linea è “eliminiamo le mele marce e andiamo avanti sulle orme dei diversi”. Ma chi sono i diversi?

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